ANALISI SU "CHARLIE HEBDO"
Care compagne,/i,
desidero comunicarvi alcune riflessioni sull'attentato di Parigi, su cui ho meditato a lungo. Quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Francia è il rimbalzo sul fronte interno della guerra condotta dagli imperialisti sul fronte esterno, purtroppo in forma di conflitto di religione, per chiara volontà di forze islamiste-borghesi come Al Qaeda e Stato Islamico. Sono stati uccisi dei vignettisti che ritenevano si dovesse ironizzare sull'islam e sui mussulmani in nome di una “libertà di espressione” esercitata all'ombra dei cacciabombardieri e i clienti di un supermercato kosher, identificati facilmente con il sionismo a causa del vergognoso collaborazionismo che i vertici delle comunità ebraiche portano avanti rispetto al regime di occupazione in Palestina. A realizzare gli attacchi sono stati tre proletari delle banlieu parigine, come a significare che la prima frattura, quella reale e fondamentale, è di classe, poi distorta dall'ideologia religiosa. Per due giorni la Francia è piombata in un clima di guerra, anche se i morti patiti e il terrore vissuto non sono nulla rispetto al sangue versato ogni giorno nelle aggressioni, nelle destabilizzazioni e nelle occupazioni militari che l'imperialismo francese, assieme ai suoi alleati e complici, porta avanti in tutto il mondo. A Parigi, dopo i noti tragici fatti s'è visto un corteo in testa al quale c'erano il macellaio d'Africa Hollande, il macellaio di Gaza Netanyahu e gli altri caporioni imperialisti, fra cui il il ducetto Renzi, e i loro servi ugualmente sporchi di sangue, come l'ascaro del Mali, Boubacar Keita ed il criminale ucraino Poroshenko. Non si può dimenticare che Hollande l'Africano è stato il promotore dell’operazione militare francese in Mali e Niger, dopo quelle in Somalia e Costa d'Avorio, ufficialmente per aiutarli a combattere i terroristi islamici, in realtà per sfruttarne le ricche materie prime (oro, coltan, uranio e altre), il cui ricavato finisce nelle tasche delle multinazionali e della élite locali. Quindi per chi vuole intendere non "Francafrique" ma "France à fric". Sottolineo che l'imperialismo francese si sta imponendo come uno dei protagonisti di queste “nuove crociate” del profitto, schierando truppe militari in molti paesi e su pressoché tutti i fronti di guerra, come, oltre a quelli sopra citati sopra, Afghanistan, Ciad, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Gabon, Senegal, Gibuti, bombardando ieri la Libia e oggi l'Iraq, la Siria, periodicamente la Somalia e collocandosi strategicamente al fianco del regime sionista che occupa la Palestina. Trovo, anche, surreale che Netanyahu, uccisore di più di duemila civili palestinesi lo scorso anno, fosse in prima linea con gli altri. Il più grande assassino del Medio Oriente, il macellaio dei Palestinesi, responsabile della distruzione di più di cinquantamila case a Gaza, ha partecipato alla marcia dell’unità … è un’unità di assassini, contro gli assassini. È la marcia dei terroristi più importanti dell’ultimo periodo, contro gli attuali assassini al dettaglio.
Vorrei innanzitutto esprimere il mio dissenso più netto nei confronti di una campagna mediatica improntata alla falsità ed ipocrisia. L'ipocrisia è un disvalore non un valore morale. Come osserva opportunamente James Petras, analista di livello internazionale, questa duplice politica da parte francese di sostenere di sostenere i terroristi all’estero e poi protestare e denunciare i terroristi quando tornano in Francia, sono due facce della stessa medaglia. E nessuno parla del fatto che la Francia era coinvolta, e per questo, oltretutto, non ha bloccato l’uscita di Francesi verso questi paesi, i quali sono passati dalla Francia alla Turchia e ad altri paesi della NATO per commettere crimini in Siria. Quando commettono crimini in Siria contro il governo di Bashar Al Assad, non c’è nessuna protesta, nessuna lamentela, niente di niente. Semplicemente, lo fanno passare come parte di quello che chiamano l’”opposizione democratica”. Come possono essere “opposizione democratica” in Siria e “terroristi” in Francia?
Assistiamo al paradosso che I terroristi di stato, gli eserciti regolari imperialisti con l’uniforme convenzionale di USA, Europa (fra cui l’Italia), Israele, e i loro mercenari senza divisa, chiamano terroristi le loro vittime.
Da sempre i paesi imperialisti e le multinazionali che fanno maggiori profitti sono quelli che più ammazzano, inquinano e distruggono il pianeta. Nella loro “libera” stampa di regime gli sfruttatori sono fatti passare per benefattori dell’umanità e amanti della pace. L'esercizio della libertà, a cominciare da quella di opinione, non è un assoluto ma deve avvenire, come osservava K. Jasper nel suo discorso per il Friedenspreis (1958), nella libertà intesa come «spazio di verità» in cui avviene l'incontro tra gli individui a monte di ogni punto di vista e decisioni singolari. Quello stesso Jasper che definiva la pratica della menzogna in politica l'ipoteca più grave per la democrazia d'un paese. Paesi come gli Stati Uniti - che nella sola guerra del Vietnam spesero 676 mila milioni di dollari per distruggere vite umane e natura, e che solo in esplosivo hanno buttato in Vietnam l’equivalente di duecento bombe di Hiroshima - si vantano di essere capofila dell’esportazione della “democrazia”. Limitandoci al nostro paese ricordo sempre la ripugnante menzogna della guerra “umanitaria” rifilata, in occasione dello smembramento della ex Iugoslavia, proprio dal governo di “sinistra” di D’Alema, da me, insieme a pochi altri, denunciato alla CIG dell'Aia. E che, ad eterna vergogna del movimento sindacale, il segretario della CGIL Kofferati (sì, proprio quello asfaltato dai piduisti rafaelliti mentre i restanti son basiti…) definì la stessa guerra una “contingente necessità”. Necessità per chi? Non certo per i popoli e il proletariato, ma da lì è partito – sul fronte interno - l’attacco senza precedenti, in Europa, ai nostri diritti, alle nostre condizioni di vita e di lavoro, al nostro futuro. e che l'esercizio della libertà non può avvenire.
Vorrei, infine, dirvi che, nel gruppo di immigrati iscritti ad un corso d'italiano da me tenuto, c'è un giovane siriano che sorride estasiato quando gli parlo del patrimonio culturale lasciato all'umanità dal mondo islamico, a cominciare da quello del suo paese oramai completamente distrutto. Con ciò intendo dire semplicemente che solo dall'incontro, ispirato ad un mutuo rispetto ed ascolto tra culture diverse, nasce un reciproco arricchimento ed un reale percorso di pace. L'ho appreso personalmente nelle mie esperienze in America Latina e nei Balcani. Tiziano Terzani, in polemica con Oriana Fallaci(e), sì proprio quella che secondo il Secolo XIX di ieri aveva ragione, ricorda che quando San Francesco ebbe un incontro col Sultano in Egitto (1219) ed entrambi, dopo aver dialogato a lungo, sul messaggio sempre ripetuto dal poverello di Assisi ossia "Ama il prossimo tuo come te stesso", trovarono pieno accordo, l'uno alla luce del Corano l'altro del Vangelo. Ma il dialogo tra loro nacque e si rafforzò da un rispetto reciproco, quel rispetto che "Charlie Hebdo" non aveva e non ha nei confronti del mondo mussulmano. Come sottolineano in tanti la rivista "Charlie Hebdo" non è per nulla progressista, in nessun senso; tanto meno, ha un orientamento di libera espressione. Era ed è una rivista che, in modo molto volgare, insultava e continua insultando i religiosi musulmani, a cominciare dal loro dio, Allah; facendo caricature, che non sono tali, ma esprimono un razzismo profondo e diffuso. Ne volete una prova?
Guardate la "vignetta" (??!) sottostante, un bell'esempio di sterco ideologico…
Quindi, rifacendomi ancora una volta ad analisti vari, tra cui il già citato James Petras, è falso questo slogan ‘Je suis Charlie’ (io sono Charlie) e nessuno che difenda la democrazia può mostrare solidarietà con la rivista. Una cosa è criticare i terroristi che hanno commesso i crimini, ma si deve capire che la rivista era un detonatore per tutti i terroristi islamofobi, anti-immigrati, etc. È una rivista che cerca di far esplodere azioni repressive contro gli islamici, con buona pace di tanti fogli e fogliacci che la pubblicano e si dimenticano, invocando la libertà di stampa, di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, chiuso nell'ambasciata ecuadoriana a Londra da quasi tre anni. Le redazioni che per giorni e giorni hanno parlato solo di "Charlie Hebdo" non dovrebbero dimenticarsi che ogni giorno si verifica un massacro di questa gravità in Iraq ed altri Paesi del mondo arabo.
Io credo, in coerenza con il mio impianto analitico di stampo marxista, che solo il fronte comune tra proletariato “metropolitano” e popoli della periferia può costituire una prospettiva di lotta e di liberazione dalle catene imperialiste, verso un sistema dove lo sfruttamento e le guerre siano bandite. Solo il porsi delle masse lavoratrici alla testa della lotta all'imperialismo può impedire che venga diretta ed egemonizzata da fazioni corrispondenti ad interessi e strategie di borghesie aspiranti al proprio spazio di potere, come sono le organizzazioni islamiste, che vogliono anch'esse porre masse contro masse, quelle islamiche contro quelle “infedeli”, portando avanti azioni e una prospettiva politica per molti versi speculari a quelle degli imperialisti. Qualcuno, ora, penserà che sono solo chiacchere d'un povero stupido perduto nel limbo delle sue elucubrazioni, ma tali sono se si rinuncia, ogni giorno, a lottare per quell'obiettivo. Bisogna lottare contro la politica estera scellerata del polo imperialista europeo, sponsor dell'Arabia saudita e delle altre monarchie del petrolio, vera base culturale e finanziaria del fondamentalismo. Infine bisogna cambiare le politiche interne, perché non bisogna essere marxisti ortodossi per affermare ciò di cui erano consapevoli i democratici che sconfissero il nazifascismo. E cioè che la disoccupazione e l'ingiustizia sociale sona da sempre il brodo di coltura di dittature e guerra. Bisogna cancellare le politiche di austerità e riprendere quelle di eguaglianza sociale, bisogna finirla con l'assecondare quella guerra economica permanente che è stata chiamata globalizzazione.
Vi invio, in allegato, per stimolare la vostra riflessione, se le mie modeste considerazioni non fossero bastate, tre articoli di analisi su questa tematica veramente eccellenti: "Je suis pas ne Charlie" (Io non sono Charlie) di José Antonio Gutiérrez D., tradotto dallo spagnolo per Voi Tutti, "«Liberté, égalité, fraternité» e il loro doppio" di Marco Bascetta, apparso anche sul Manifesto, ed infine "Terrorismo di Stati e scontro di inciviltà" di Sergio Segio, curatore fin dal lontano 2003 del Rapporto sui diritti globali.
Un caro saluto a tutte/i e buona lettura per una prassi politica coerentemente anticapitalista.
Je suis pas ne Charlie, ma neppure terrorista…. Roberto Giardelli
andino3@tin.
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Terrorismo di Stati e scontro di inciviltà
di Sergio Segio*/9 gennaio 2015
Aveva ragione Oriana Fallaci o, viceversa, i suoi ultimi libri hanno alimentato la spirale dell’odio? Le manifestazioni a Dresda di Pegida, vale a dire dei “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente” e il crescere di nazionalismi e destre estreme in Europa sono una conseguenza o una concausa dell’affermarsi dei radicalismi islamici? Il Front National, la Lega Nord e le Case Pound sono soluzioni accettabili o parte del problema? Le provocazioni dei Borghezio o le t-shirt dei Calderoli sono servite a sensibilizzare sul pericolo o hanno cinicamente e strumentalmente buttato benzina sul fuoco? La figura dell’oltranzista islamofobo Anders Breivik va ora rivisitata oppure la strage, ancora più ampia, di cui è stato responsabile in Norvegia è una manifestazione speculare, oltre che precedente, di quanto accaduto a Parigi e altrove? Le associazioni antirazziste e il volontariato accogliente sono illusi buonisti e utili idioti oppure il vero baluardo e il più robusto antidoto ai fondamentalisti della jihad? E infine: nasce prima la guerra o il terrorismo?
In un momento in cui si fanno indiscutibili le certezze, come spesso avviene quando l’emotività supplisce all’analisi e alla ragione, conviene abbondare nei dubbi e con le domande. E poi occorre, come sempre bisognerebbe fare, guardare il più possibile ai fatti – e anche alla Storia – e metterli al centro della scena e del ragionamento.
Si dice che gli attentatori siano reduci dalla perdurante guerra in Siria; da tempo i servizi di sicurezza occidentali indicano il pericolo costituito dai miliziani di ritorno, venuti alla ribalta con i video delle decapitazioni a opera dei seguaci del Califfato. Secondo la stampa, su un totale di 12.000 foreign fighters provenienti da nord Africa e paesi occidentali, sarebbero almeno 700 quelli con passaporto francese andati a combattere con lo Stato Islamico in Siria. Anche se tali cifre appaiono forse esagerate e comunque ovviamente non comprovabili (più credibile e definito il numero di quelli arrivati dall’Italia, fornito dal nostro ministero dell’Interno: 53), l’allarme ha sicuramente fondate ragioni e si basa su elementi concreti.
Occorre peraltro ricordare che molti dei gruppi ribelli anti Assad, che poi hanno dato vita all’Isis, erano stati inizialmente sostenuti da governi occidentali nonché armati dalla CIA statunitense. Più o meno lo stesso era successo ai tempi della prima guerra in Afghanistan, con Bin Laden e la nascita di Al Qaeda.
Tuttavia, degli attentatori di Parigi colpisce la confidenza con la morte, più che la professionalità militare, forse acquisita in campi di addestramento ovvero nei tanti teatri di guerra in corso, ma comunque dubbia. «Gli assassini gli sono addosso di corsa, uno copre dal centro della strada, l’altro gli dà il colpo di grazia, con una naturalezza meccanica, come in un’esercitazione ripetuta cento volte, come in un videogioco», scrive Adriano Sofri su “la Repubblica”.
La produzione di morte somiglia ormai a un video game, per i terroristi di Parigi così come per i piloti dei droni, che ne distribuiscono a piene mani, per giunta a distanza, con ancora minore coinvolgimento emotivo e con nessun rischio fisico. Ma quest’oscena rappresentazione viene percepita come virtuale il più delle volte anche dagli spettatori, che facciano il tifo per gli uni o per gli altri.
Tutti noi siamo frequentemente bombardati da immagini di guerre e devastazioni. Quasi tutti noi siamo protetti dal filtro emotivo dello schermo televisivo o del monitor. Per una quota non piccola di popolazione mondiale quel contatto è invece diretto e quotidiano. Generazioni di palestinesi vi hanno preso familiarità dalle finestre di casa o dalle tende dei campi profughi dove sono cresciuti; lo storico vulnus di terra e di diritti che colpisce quel popolo continua, infatti, a essere il padre e la madre della destabilizzazione a livello mondiale. Intere aree del Medio Oriente e dell’Africa hanno un’incolpevole abitudine all’orrore e alle mattanze umane, resa atavica dalle guerre coloniali prima e, poi, dalle tante forme, solo in apparenza meno sanguinose, che quella stessa rapace pratica di spogliamento e di rapina – di materie prime come di culture – ha assunto nel nuovo secolo.
Si può e si deve inorridire, ma non ci si può stupire se quella confidenza si traduce a volte – per fortuna poche rispetto a quel che sarebbe pensabile e possibile – nell’odio sconfinato e nel mortifero desiderio di rivalsa e di affermazione che arma le mani dei nipoti delle vittime di quei colonialismi o comunque di persone che si convincono di essere giustizieri, prima che assassini.
Per la comune sensibilità occidentale le immagini della strage di Parigi suscitano immedesimazione. Je suis Charlie, come nel secolo scorso ci si diceva berlinesi. Eppure, anche allora, non tutti gli europei si sentirono vicini a Berlino Ovest, sulla scia di John Fitzgerald Kennedy. Con la capitale tedesca divisa in due e nel mondo bipolare la sensibilità, la politica e la cultura si spaccarono come una mela, tra chi stava con gli Stati Uniti e chi parteggiava per l’altro impero, quello sovietico, e per l’altro schieramento, quello del Patto di Varsavia.
Altri tempi e altre guerre fredde, ma di cui bisognerebbe ricordarsi allorché le attuali geostrategie occidentali, attraverso l’allargamento a Est della NATO e le guerre per il petrolio, con sullo sfondo il confronto finale con la Cina, destabilizzano di nuovo pericolosamente il quadro, rinfocolando anche sentimenti nazionali e volontà di potenza della Russia.
Sono anche questi gli occhiali di lettura di quanto successo a Parigi, mentre nell’immediato e giustamente dichiariamo indignazione per i giornalisti uccisi.
Ci sentiamo vicini e possiamo riconoscerci nelle vittime, non negli aggressori. Ma, al di là dei fatti di Parigi, le cose non sono mai così semplici come le emozioni ci spingono spesso a credere. Spesso anche gli aggressori si percepiscono come vittime e non sempre le vittime sono del tutto innocenti; non fosse che, di sovente, per la loro indifferenza al dolore degli altri. E allora, come a Berlino, rischia di diventare prima di tutto una scelta di campo. Ma, in questo modo, si partecipa alla logica del “noi” e “loro” – e contemporaneamente si condanna l’altro a essere effettivamente e irrimediabilmente tale.
In questo caso gli altri sono appunto quei figli e nipoti accecati dall’odio per le ingiustizie di ieri o per le umiliazioni di oggi, oltre che dalle invasature religiose. Fino a che l’occidente continuerà a non riconoscere la loro cultura e umanità e a soffocare le loro eventuali ragioni storiche, come avviene da decenni per la Palestina, contribuirà a rinfocolare il loro odio. Fino a che le grandi potenze continueranno a fomentare squilibri mondiali e soluzioni belliche – com’è stato in Somalia, nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, in Ucraina –, quasi sempre per nascosti interessi geopolitici e per inconfessabili avidità economiche, nessuno avrà il diritto di dire, per davvero, Je suis Charlie. Sinché fingeremo di non accorgersi che quello in atto è uno scontro di inciviltà, tra gli Stati predoni e quelli aspiranti tali, avremo contribuito a moltiplicare le mani assassine e a irrigare l’odio.
Se è vero che il terrorismo polarizza, per effetto o per strategia, da questo scontro è possibile e doveroso chiamarsi fuori, provando invece a costruire ponti tra popoli, religioni e culture, sfuggendo a ogni arruolamento coatto tra seguaci della Fallaci o della Le Pen, di Al Qaeda o dell’Isis. Le loro indignazioni non possono essere le stesse nostre.
* Coordinatore del Rapporto sui diritti globali (Ediesse); questo articolo è stato pubblicato anche su micciacorta.it. L’adesione di Sergio Segio alla campagna 2014 di Comune-info Ribellarsi facendo è leggibile qui: Fare, dunque pensare
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"Je suis pas ne Charlie" (Io non sono Charlie)
José Antonio Gutiérrez D. colaborador de la revista CEPA (Colombia) y El
Ciudadano (Cile)
Non mi identifico con la rappresentazione umiliante e "caricaturale" del mondo islamico fatta da 'Charlie Hebdo', con tutto il peso razzista e colonialista che ciò comporta
Comincio, chiarendo prima di tutto, che ritengo un'atrocità l'attacco agli uffici della rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi e non credo che in nessun caso sia giustificabile trasformare un giornalista, per dubbia che sia la sua qualità professionale, in un obiettivo militare. Lo stesso vale in Francia, come in Colombia o in Palestina. Neppure mi identifico con alcun fondamentalismo, né cristiano, né ebreo, né musulmano e neppure con l'ingenuo secolarismo alla francese, che converte la sacra "Repubblica" in una dea.
Faccio queste dichiarazioni necessarie dato che, per quanto insistano i guru della politica a dichiarare che in Europa viviamo in una "democrazia esemplare" con "grandi libertà," sappiamo che il Grande Fratello ci osserva e che ogni discorso sviluppato fuori dai canoni tradizionali è punito duramente. Ma a mio parere censurare l'attacco a Charlie Hebdo non equivale a celebrare una rivista che è principalmente un monumento all'intolleranza, al razzismo ed all'arroganza di stampo coloniale.
Migliaia di persone comprensibilmente colpite da questo attacco, hanno fatto circolare messaggi in francese dicendo "Je suis Charlie" (Io sono Charlie), come se il messaggio fosse l'ultima parola in difesa della libertà. Beh, io non sono Charlie. Non mi identifico con la rappresentazione umiliante e "caricaturale" che descrive il mondo islamico, al culmine della "guerra al terrore", con tutto il peso razzista e colonialista da essa implicata. Non riesco ad accettare l'aggressione simbolica costante avente come contropartita una vera e propria aggressione fisica e concreta, dai bombardamenti alle occupazioni militari, in paesi appartenenti a quest'orizzonte culturale.
Neppure posso guardare di buon occhio queste vignette ed i loro testi offensivi, quando gli arabi sono tra i più emarginati, poveri e sfruttati nella società francese, che hanno ricevuto storicamente un trattamento brutale: non posso dimenticare che nella metropolitana di Parigi nei primi anni '60, la polizia massacrò a bastonate 200 algerini i quali chiedevano la fine dell'occupazione francese del proprio paese, già con un tragico bilancio stimato in un milione di arabi "da civilizzare" periti. Non si tratta di caricature innocenti fatte da liberi pensatori, ma di messaggi prodotti dai mass media (sì, anche passi per stampa alternativa Charlie Hebdo appartiene ai mezzi di comunicazione di massa), carichi di stereotipi e di odio, che rafforzano un discorso che cataloga gli arabi come barbari i quali devono essere respinti, sradicati, posti sotto controllo, repressi, oppressi ed uccisi.
Tutti messaggi il cui scopo fondamentale è quello di giustificare le invasioni del Medio Oriente ed i molteplici interventi militari e bombardamenti provenienti dall'Occidente organizzati in difesa delle nuove aree sotto l'influenza imperialista. L'attore spagnolo Willy Toledo ha detto, in una dichiarazione controversa - solo per evidenziare l'ovvietà, che "l'Occidente uccide ogni giorno. Al riguardo nessuna ricaduta mediatica" .Ed è proprio quello che Charlie e il suo umorismo nero nascondono sotto forma di satira.
Non dimentico la copertina del n ° 1099 di Charlie Hebdo, in cui il massacro di più di un migliaio di egiziani da parte di una brutale dittatura militare con il beneplacito di Francia e Stati Uniti, con un titolo che suonava pressappoco così: "Massacro in Egitto. Il Corano è una merda: non è in grado di fermare i proiettili ". La caricatura era quella di un musulmano crivellato di colpi mentre cercava di proteggersi dai proiettili con il Corano. Ci sarà chi troverà tutto ciò divertente. Tuttavia, a suo tempo, i coloni inglesi nella Terra del Fuoco credevano che fosse divertente posare in fotografia insieme agli gli indiani che avevano "cacciato" con ampi sorrisi, fucile in mano, e il piede sopra il cadavere insanguinato ancora caldo.
Invece di divertente, trovo che questo tipo di vignetta satirica sia violenta e rifletta una mentalità coloniale, un abuso della libertà di stampa occidentale, tanto fittizia quanto pilotata dai poteri forti. Cosa succederebbe se io facessi una rivista il cui frontespizio recasse il seguente motto: "Massacro a Parigi. Charlie Hebdo è una merda: non è in grado di fermare i proiettili "e pure una caricatura del compianto Jean Cabut crivellato con una copia della rivista tra le mani? Certo sarebbe uno scandalo: la vita di un francese è sacra. Quella di un egiziano (o quella d'un palestinese, iracheno, siriano, etc.) è argomento "satirico". Quindi io non sono Charlie, perché per me la vita di ciascuno di questi egiziani crivellati è sacro come uno qualsiasi di questi fumettisti oggi ucciso.
Già prevediamo ciò che si prepara qui per i paesi dell'area orientale: ci saranno interventi per difendere la libertà di stampa da parte degli stessi paesi che nel 1999 hanno benedetto i bombardamenti della NATO, a Belgrado, sulla stazione serba della TV pubblica denominata "il ministero delle bugie "; i quali si mantennero silenziosi quando Israele ha bombardato a Beirut la stazione televisiva Al-Manar nel 2006; che passano sotto silenzio gli omicidi di giornalisti colombiani e palestinesi critici verso il potere. Dopo la bella retorica pro libertà, verranno le azioni liberticide: più maccartismo presunto "anti-terrorismo", più interventi coloniali, più restrizioni su queste "garanzie democratiche" in via di estinzione, e, naturalmente, più razzismo.
L'Europa si consuma in una spirale di odio xenofobo, islamofobia, antisemitismo (i palestinesi sono semiti, appunto) e questo clima politico diventa ogni volta sempre più irrespirabile. I musulmani sono già gli ebrei nell' Europa nel XXI secolo ed i partiti neonazisti stanno diventando nuovamente rispettabili 80 anni più tardi grazie a questo ripugnante sentimento anti-islamico. Per tutto questo, nonostante tutta la repulsione causata dagli attacchi terroristici di Parigi, 'Je ne suis pas Charlie'.
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«Liberté, égalité, fraternité» e il loro doppio
Marco Bascetta 8/01/2015
Il giudizio della stampa di tutto il mondo è quasi unanime: la mattanza parigina rappresenta un attacco alla libertà, colpita in una delle sue espressioni più classiche ed esplicite, la satira contro il potere, la morale, i dogmi di tutte le religioni.
Giusto, non c’è da eccepire. Nondimeno sulle bandiere della Rivoluzione francese stavano scritte tre parole: liberté, égalité, fraternité. Converrà allora esaminare l’orrenda esecuzione di massa nella redazione di Charlie Hebdo e le sue prevedibili conseguenze alla luce di ciascuna di queste parole.
Cominciamo dalla prima, liberté. L’islam politico (e il rapporto stretto tra Islam e politica è dato dalla sua stessa genesi storica fuori da qualsiasi contesto statuale preesistente) è indubbiamente nemico della libertà. Non c’è bisogno di guardare alle sue espressioni più estreme, come il califfato di Al-Baghdadi, per constatarlo. O all’opulento oscurantismo saudita. Basta già rivolgere lo sguardo alla Turchia parlamentare e semieuropea di Erdogan per mettersi sull’avviso. Quando parliamo di Islam l’attrito tra laicità e religione, tra diritti individuali e norme comunitarie è garantito. Anche se non è necessariamente destinato a sfociare in atti di estrema violenza o in condizioni di soffocante oppressione.
Resta il fatto che un miliardo e mezzo di persone, con diversi gradi di ortodossia e convinzione, professano questa religione. Se non si coltiva l’idea folle di risolvere il problema alla maniera dei crociati, o quella, non meno strampalata, di segmentare il pianeta in compartimenti stagni, questo attrito deve essere fronteggiato con gli strumenti dell’intelligenza politica e lo sviluppo delle lotte democratiche nei paesi islamici e in Europa.
Non mancano, però, tra quanti in questi giorni celebrano i giornalisti di Charlie come martiri della libertà, numerosi paladini della superiorità occidentale che, tra furori proibizionisti, campagne omofobe, tolleranza zero e anatemi contro la «società permissiva», intattengono un rapporto a dir poco problematico con la libertà. Immagino che alle matite anarchiche di Charlie non sarebbe affatto piaciuto diventare un simbolo per questa gente.
Non sono solo gli islamisti a non avere ancora digerito la Rivoluzione francese.
Il secondo bersaglio degli attentatori di Parigi è égalité. Nessun presunto detentore di verità assolute può contemplare l’idea di eguaglianza, se non nel senso di una conversione più o meno forzata. Del resto, i regimi islamici poggiano su principi fortemente gerarchici e, dopo il tramonto del nazionalismo arabo, sull’indiscusso potere dell’autorità religiosa.
Tuttavia, i guardiani dell’Occidente su questo punto preferiscono tacere, poiché sostanzialmente condividono, a loro modo, il punto di vista degli avversari.
I più espliciti, citando Oriana Fallaci, si dichiarano appartenere a una «civiltà superiore» e dunque in diritto di discriminare non solo chiunque provenga da un diverso ambito culturale, ma anche il dissenso al proprio interno nel momento in cui superi confini che vanno sempre più restringendosi. All’eguaglianza dei diritti oppongono filtri, barriere e condizioni. L’integrità dei principi di questi patrioti dell’Occidente non ammette contaminazioni né evoluzione alcuna. Infine, égalité metterebbe in questione le gerarchie, le stratificazioni sociali e il sistema di privilegi cui sono affezionati. Dunque, se gli uomini del califfato, ben convinti a loro volta di rappresentare una «civiltà superiore», le sparano addosso, tanto meglio.
Fraternité, la più desueta e cristiana delle tre parole, è con tutta evidenza spazzata via da quel taglio netto tra «fedeli» e «infedeli» che guida la mano degli assassini. Fraternità potrà darsi solo quando l’intero pianeta avrà fatto dell’Islam il suo credo. Non è l’antidoto alla guerra, ma il suo risultato. Fatto sta che anche in questo caso i cristianissimi difensori della civiltà occidentale preferiscono astenersi da commenti. Un siffatto principio impedirebbe infatti di considerare i migranti come pura e semplice minaccia, imponendo una qualche forma di intervento solidaristico nei confronti di chi fugge dalla fame e dalla guerra.
Fraternitè è però anche un principio che pretende di distinguere tra i singoli e le loro comunità, tra gli individui e i loro contesti culturali. Il principio cristiano della «centralità della persona», se non se ne vuole fare solo una bandierina per le crociate contro l’aborto o l’eutanasia, dovrebbe significare appunto questo. Poche espressioni sono prive di senso quanto la «fratellanza dei popoli», che in genere corrisponde agli interessi dei loro governanti e alle loro tregue armate.
Questa distinzione tra individui e comunità è esattamente ciò che i sacerdoti dell’individualismo occidentale paradossalmente rifiutano, ragionando per gruppi etnici e tradizioni culturali. Ci siamo «Noi» e «Loro», gli «islamici» e i «civilizzati». Il quadro dello «scontro tra civiltà» è completo. E la vittoria dell’integralismo e dell’ intolleranza anche. Lo schema della guerra santa può essere insidiosamente laicizzato.
Charlie Hebdo è stato davvero ucciso dai suoi assassini ma si accinge ad essere sepolto da chi, strumentalmente, ne fa lo stendardo dei propri pregiudizi.
Così, dalle ceneri della Fraternité universalistica ne sorge un’altra, nazionale, identitaria, «bianca», se non quanto al colore della pelle certo quanto alla mentalità.
Quella dell’ «unità nazionale», dei «valori condivisi», quella che chiede di stringersi tutti contro il nemico esterno, quella allucinata che — nutrita da una ormai vasta letteratura, dalla pionieristica Fallaci al polemista tedesco Thilo Sarrazin (La Germania si autodistrugge), al francese Eric Zemmour (Il suicidio francese), perfetta l’assonanza tra i due titoli, fino alla fantapolitica di Houellebecq — pensa davvero che un giorno l’Europa possa trasformarsi in un Califfato. Ipotesi cui nemmeno Al-Baghdadi, ragionevolmente dedito a destabilizzare i «regimi arabi moderati», crede minimamente.
Se dovessimo marciare insieme a Marine Le Pen e Matteo Salvini, per non parlare dei fascisti tedeschi di Pegida, in difesa di una idea comune di «civiltà», allora il «Noi» finirebbe per assomigliare sempre di più a quello perseguito dai miliziani della guerra santa.
A ciascuno i suoi integralisti da debellare. Il Califfato non giungerà a governarci, ma la vita quotidiana rischia di diventare molto infelice.